Abbiamo avuto il piacere di intervistare il Dott. Luca Grion, professore associato di filosofia morale presso l’Università degli Studi di Udine, presidente dell’Istituto Jacques Maritain, direttore della Scuola di Politica ed Etica Sociale – SPES. Luca Grion è anche un runner appassionato che ha pubblicato il libro “La filosofia del running”, un volume che presenterà all’Officina di Villa Frova il 30 ottobre.

Ecco cosa ci ha raccontato di sé e della sua passione:

Perché la corsa piace così tanto?
Forse perché è un’attività semplice, che si può svolgere ovunque e con grande “flessibilità”. Correndo si possono scoprire posti nuovi, fare amicizie, gustare il sapore della sfida con altri e con se stessi. Ognuno può scegliere il proprio passo e a che livello collocare l’asticella della sfida.

La cover del volume “La filosofia del running”

Che cos’è che ricerca lei nella corsa? E cosa a suo avviso ricercano gli altri che hanno la sua stessa passione?
La corsa, soprattutto quella di resistenza, sa rispondere a tanti bisogni: tenersi in forma, stare all’aria aperta, sperimentare spazi di libertà, godere della compagnia di chi condivide la nostra stessa passione, mettersi alla prova sapendo che, in linea di massima, il lavoro fatto viene ripagato dai risultati. Infine, costringendoci a stare a lungo con noi stessi, la corsa di resistenza ci regala la possibilità di prenderci cura non solo della salute fisica, ma anche della nostra “salute interiore”. Quest’ultimo aspetto è quello che personalmente trovo più interessante.

In foto, Luca Grion, autore del libro “La Filosofia del Running”

In una sua recente intervista televisiva lei ha parlato di “desiderio di stare con sé stessi, senso di libertà, benessere”: se dovesse scegliere tra queste tre cose però cos’è che le “regala” la corsa, che cosa sceglierebbe?
Dipende dai periodi. Talvolta la corsa è soprattutto una valvola di sfogo, uno spazio di “decompressione” rispetto alla frenesia del quotidiano. Altre volte è puro piacere, soprattutto quando le gambe girano bene e ci si gode le bellezze di una natura capace sempre di sorprenderci. Devo riconoscere però che il benessere fisico “guadagnato con sudore” sa regalare piacevoli soddisfazioni.
 
 
Quanto è stato importante per lei affiancare alla sua professione di filosofo ed insegnante l’attività sportiva?
Molto in termini salutistici: studiare è bellissimo, ma fa male al fisico. L’esperienza sportiva arricchisce poi le lezioni (io insegno filosofia morale) di esempi utili a chiarire un concetto o ad aprire canali di comunicazione coi ragazzi.
D’altra parte, anche l’attività sportiva può guadagnare molto dalla filosofia: uno sguardo critico che ne colga il senso, che ne valorizzi gli espetti formativi, che metta in guardia da alcuni pericoli che potrebbero rovinarla.
 
Che consigli darebbe a chi, come lei, si approccia relativamente tardi alla corsa?
Di vivere la propria passione con equilibrio, evitando di lasciarsi prendere troppo dal “demone della corsa”. Il mio libro, in fondo, parla proprio di questo: di come diventare dei runner capaci di vivere con consapevolezza ed intelligenza la propria passione.
 
Dopo quanto tempo ha avvertito in lei il piacere di sfidare sé stesso nella corsa?
Da subito. Dopo le prime corse – e superati i dolori che esse sanno regalare a quei neofiti che si illudono di essere ancora dei ventenni super allenati – se uno continua è perché ha cominciato ad assaporare la soddisfazione di vincere la sfida con se stesso. Ha sperimentato la fatica, ma ha saputo tenerle testa… e a quel punto prova ad alzare la posta. Inizialmente l’obiettivo può essere quello di riuscire a correre un’ora di fila; poi ad andare sotto il muro dei 10km in un’ora; quindi provare a chiudere una gara, ponendosi un obiettivo cronometrico ben preciso. E quanto più migliora la nostra condizione, tanto più sfidanti sono le prove che andiamo a cercare.
 
Ci può dare la sua definizione di corsa, vista dal punto di vista sportivo (e quindi da parte dell’atleta) e quella dal punto di vista ludico-ricreativa (che interessa l’individuo che pratica sport per mantenersi in forma e che non ha velleità di salire al podio od avere una carriera come atleta?
Essere agonisti non significa necessariamente ambire al podio o a una carriera da atleta. Se uno si attacca un pettorale decide di competere con altri, oltre che con se stesso, con l’obiettivo di mettersi alla prova nel tentativo di realizzare la massima prestazione che i suoi talenti e la sua condizione gli consentono. È una sfida al limite, intesa come ricerca esigente di dare il meglio di sé, vincendo pigrizie e resistenze interiori. Tale sfida al limite però, deve sempre accompagnarsi al rispetto di ciò che si è. Non è un elogio del “no limits”, perché ciascuno di noi ha limiti che non è bene superare in quanto descrivono i confini del proprio essere. Andare oltre per diventare qualcosa di diverso da ciò che si è (magari chiedendo aiuto alla tecnica) è un tradimento dì sé stessi, prima che una infrazione delle regole.
Ovviamente, si può anche decidere di non attaccarsi un pettorale e vivere l’attività fisica semplicemente come momento di svago; godere del tempo di libertà dedicato a se stessi e/o al piacere dello stare in compagnia. Si tratta di un “prendersi cura di sé” che fa un gran bene. Anche questa è un’opzione non meno degna di valore della prima. Riconoscere una differenza non implica necessariamente un meglio o un peggio.
 
A suo avviso che valore dovremmo dare allo sport nella nostra quotidianità?
Io credo che avessero ragioni gli antichi quando parlavano di mens sana in corpore sano: dovremmo riscoprire il valore dell’equilibrio psico-fisico. E dovremmo riscoprire il valore educativo dello sport, inteso come autentica palestra di vita e di vita buona. In primo luogo per i più piccoli, ma anche per noi adulti. Purtroppo, dobbiamo riconoscerlo, la logica che guida il mondo sportivo è spesso un’altra…
 
Filosofia e corsa: che similitudini ci sono? Qual è il punto d’incontro chiave tra queste due attività così diverse?

Più che tra filosofia e corsa direi tra filosofia e sport: entrambe sono attività agonali: nella filosofia si scontrano le idee per vedere quale sa dimostrarsi migliore, cioè più robusta e capace di reggere alle obiezioni. Nello sport si scontrano i talenti personali – fisici e mentali – con l’obiettivo di celebrare il migliore. A mio avviso dovremmo capire qual è la migliore filosofia dello sport, ovvero quale concezione della pratica sportiva sa cogliere il senso autenticamente umano dello sport.
 
Oggigiorno si parla molto di resilienza: ci può dare il suo parere in merito a questo tema?
La resilienza riporta in auge la virtù antica della fortitudo, ovvero la fortezza, un’antica virtù che consiste nella capacità di tener duro, di non mollare, di rialzarsi dopo ogni sconfitta per continuare a dare la caccia ad un bene arduo che sentiamo di dover conquistare. Le sfide significative, nello sport come nella vita, non sono mai a buon mercato. Al contrario, richiedono molto e spesso la via per il successo è lastricata di insuccessi, di errori, di giornate storte. Essere capaci di non perdere la speranza, di non mollare, di perseverare anche quando le cose non vanno come vorremmo richiede una muscolatura interiore non banale. La buona notizia è che possiamo allenarla.


Se dovesse esprimere in percentuali quanto contano le gambe e quanto conta la testa mentre si corre, quali sarebbero? 
Personalmente trovo più difficile allenare la testa che le gambe. Per affrontare sfide impegnative gambe ben allenate aiutano tantissimo, ma quando la crisi arriva – e nelle maratone arriva sempre – è soprattutto la testa che ci aiuta a non cedere, a tener duro. E io, non di rado, ho perso la competizione con chi, pur meno allenato, sapeva reggere la tentazione della resa con più tenacia di quanto sapessi fare io.
 
Ha un luogo del cuore dove svolge la sua attività di filosofo? E un luogo prediletto per la corsa?
La filosofia è uno sguardo critico sulla vita. Un interrogarla per coglierne il senso profondo. Il bello di questa attività è che non ha un luogo specifico, ma ogni luogo e ogni occasione può essere propizia. E, in fondo, questo vale anche per la corsa. È bello correre in natura, così come attraversare le città all’alba. Diciamo che entrambe queste attività umane patiscono la confusione: è difficile riflettere senza ritagliarsi uno spazio di tranquillità e di silenzio; è difficile godersi una corsa in mezzo al traffico.
 
Che cosa vorrebbe arrivasse al lettore del suo libro?

Mi piacerebbe che questo libro sapesse far maturare uno sguardo più consapevole sul potenziale educativo per lo sport… a tutte le età.

Il Dott. Luca Grion sarà gradito ospite all’Officina di Villa Frova il giorno 30 ottobre alle ore 20.45. Non mancate!

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