Gli scienziati del centro obesità dell’Università di Ancona, coordinati dal direttore Saverio Cinti hanno pubblicato la ricerca su Journal of Lipid Research.

Premesse:

Si sa che l’obesità è correlata al diabete, chi è obeso ha un rischio 2-3 volte maggiore di sviluppare il diabete, ma i meccanismi tramite i quali ciò avviene non sono ancora chiari.

Quando mangiamo, il nostro organismo, che è molto efficiente, converte parte del cibo che non utilizza nell’immediato in grassi e lo fa stoccandoli in delle cellule chiamate adipociti. Questo meccanismo ha permesso ai nostri antenati cavernicoli di sopravvivere anche alle giornate di digiuno dovute a una caccia infruttuosa. Oggi che mangiamo più o meno abbondantemente tutti i giorni rischiamo che questo meccanismo ci si ritorca contro.

Mangiando troppo gli adipociti si gonfiano, gonfiano fino a non poterne più e quando anche i loro vicini stanno per esplodere si “sentono come noi quando siamo stipati in un ascensore troppo pieno o nell’autobus all’ora di punta”… Bloccati in questa situazione gli adipociti iniziano a non funzionare più e ad infiammarsì, finché la situazione e talmente critica che l’adipocita più “coraggioso non fa harakiri e si uccide” per far spazio agli altri…

La scoperta

Nel nostro organismo è normale che in alcune situazioni delle cellule vadano incontro a una morte cellulare programmata (detta apoptosi), ma i ricercatori di Ancona hanno scoperto che la morte degli adipociti è particolare e si chiama piropotosi. Questa piropoptosi produce una reazione infiammatoria che può arrivare a scatenare la febbre ed una serie di danni che interferiscono con il normale funzionamento del recettore insulinico portando quindi al diabete…

Nota: i ricercatori avevano già scoperto che gli adipociti viscerali sono più fragili di quelli sottocutanei ed è per questo che bisogna far molta attenzione al grasso viscerale a “mela” (tipico del sesso maschile) rispetto a quello sottocutaneo “a pera” tipico del sesso femminile…

 

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Nella foto un adipocita


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